Comune di Cusano Mutri  
 
 
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STORIA
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[storia locale]  il brigantaggio
 
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[ < avanti
Il Capitano Saverio Mazzacara 
In pari data 14 settembre 1861 Prot. 3048 l'Intendente così scrive al Governatore della Provincia: 
"Più di una volta mi è occorso trattenerla delle gravi imputazioni aggravanti Angelo Santangelo, ma quelle da me formulate, e per le quali io chiedeva la consegna del malfattore alla Autorità Militare, addivengono una pallida immagine della reità di questo scellerato, poste a confronto delle enormissime di cui parla il rapporto del Capitano Saverio Mazzacara, che le accompagno in copia. Chiedo quindi con maggiore ragione che piaccia alla S.V. di consentirne la misura da me rassegnatale, comparendomi sempre più indispensabile un esempio che attuisca la baldanza di questi scellerati, onta dell'umanità". 
 
L' INTENDENTE Mario Carletti 
Angelo Santangelo nativo di Mercogliano, provincia di Avellino, per ordine del maggiore Zettini, viene fucilato a Cerreto il 16 settembre 1861 (35).  
La notizia dell'eccidio scuote l'animo dei buoni, terrorizza gli stessi carnefici che abbandonano Casalduni e Pontelandolfo. In tutti si diffonde la convinzione di una immediata terribile rappresaglia militare. L'intendente Carletti si affretta a spedire corrieri a Caiazzo e a Piedimonte con richiesta di forza atta a mantenere l'ordine pubblico turbato. I latori del messaggio tornano con risposta negativa; la forza non è disponibile in questi due comuni. Come del resto è suo compito, Carletti invia un rapporto espresso con dettagliata analisi dei fatti al Governatore di Benevento tramite un messo fidato; l'ansia dell'intendente cresce di ora in ora, perché il porgitore non accenna a ritornare; le strade sono infestate dai briganti ed egli deve fare un lungo giro per evitarli. Chi sta sulle spine è Achille lacobelli cavaliere di tutte le bandiere; non è stato in grado di frenare gli eccessi di quanti operavano ai suoi ordini. Tuttavia non si perde d'animo e trova il modo di orchestrare altre benemerenze presso il Governo riconosciuto di Vittorio Emanuele. Per il 12 agosto, sostenendo che questo sarebbe stato un giorno di sangue, senza il suo autorevole intervento per risollevare lo spirito pubblico, organizza un movimento di perlustrazione con Guardie Nazionali di S. Lupo, Guardia Sanframondi, Castelvenere e S. Lorenzo Maggiore; spiffera ai quattro venti che provvede al vitto di ciascuno con denaro proprio e senza risparmio (36). Evita di attaccare i briganti sulla Prainella lungo la strada di Casalduni ed invia a Napoli rapporto minuzioso e raccapricciante dell'accaduto al generale Cialdini e al Ministro Filippo De Blasio nativo di Guardia Sanframondi, succeduto nel luglio 1861 a Silvio Spaventa al Dicastero dell'Interno e Polizia. Iacobelli suggerisce l'attuazione di un piano vandalico: dare alle fiamme senza veruna eccezione tutte le masserie di Pontelandolfo, tanto nel paese di 5.000 abitanti tutti sono reazionari, facilmente si può fare usando mortai con bombe incendiarie; emanare un bando di presentazione della durata di 48 ore entro le quali chi non si presenterà alla giustizia per giustificare la sua condotta, deve essere fucilato, obbligare chi non ha ricevuto danni a rifare i danni a coloro che li hanno sofferti. Possibile che nel circondano, fra tanti uomini di cultura e di senno, non ci sia chi osi contestare disegni tanto delittuosi? Antonio Pistacchio si offre per tutti; parte con il calesse a trotto serrato per Napoli, diretto dal ministro Filippo De Blasio per scongiurare la rappresaglia. Purtroppo quando egli arriva, è troppo tardi; il generale Cialdini ha impartito un secco ordine "Che di Pontelandolfo e Casalduni, non rimanga pietra su pietra". I briganti intanto serrano le fila ed uniscono le comitive. Angelo Pica scorta Cosimo Giordano con dieci uomini tra i più coraggiosi; Cosimo va a Casalduni dal generale, ossia dal capobrigante don Filippo Tommaselli che dice di aver ricevuto tale grado direttamente da Francesco II. Tommaselli assicura ai briganti soldati-semplici la paga di quattro carlini al giorno e cinque ai sottufficiali; Francesco II restaurato sul trono aveva promesso di stipendiarli vita natural durante con trenta ducati e quindici carlini al mese. Le comitive si portano a Pontelandolfo per fare incetta di viveri da trasportare in montagna. Gli informatori fanno sapere che il Colonnello De Marco è giunto a Solopaca con un contingente di 250 uomini; si accompagna a lui il Colonnello Gaetano Negri, avido di vendetta. C'è però chi decide, addolorato per la miseranda fine dei soldati piemontesi, di riservarsi in questa tragica conclusione, la parte del giustiziere. E' Cosimo Giordano che così rievoca il tumulto dei sentimenti, tanti anni dopo, nella lettera inviata dal carcere (37) al Presidente della Corte d'Assise di Benevento il 23 aprile 1884: "Ill.mo Sig. Presidente, il sottoscritto, nel momento dello esame, mi sono dimenticato di accennarli il caso strano della morte di quarantasei soldati, che furono trucidati in Pontelandolfo. Io le darò le spiegazioni di come fu successo il fatto. Io mi trovava sulla montagna di Morcone colla mia banda, quando le mie sentinelle mi chiamarono, dicendomi "vediamo venire due a tutta corsa e facendo segni con le mani", e dicevano "sono arrivati quarantasei soldati al paese. "E che cosa l'avete fatto?" "Li siamo ligati, e siamo venuti per sapere cosa volete fare". Io ho risposto: "Andate subito, e ditegli da parte mia che non gli facciate nessun oltraggio, che io sarò subito appresso di voi". Così partirono essi avanti e noi appresso, quando, arrivato a Pontelandolfo, domandò: "Dove sono?". Mi fu risposto che erano stati presi e portati in una grotta distante dal paese, e li hanno fucilati; ed io fu tanto dispiacinto che li risposi: "Malvagi che site, perché avete fatto questa viltà a que' poveri disgraziati, che quelli erano soldati che avevano preso il giuramento come noialtri, per cui devono servire il comando de' loro superiori: ma è sicuro che un giorno vi pentirete di questo torto che avete fatto ad essi ed a me". Ed io partii con la banda sulla montagna. Dopo qualche giorno fui chiamato che m'avessi portato in Pontelandolfo. Subito discesi con 250 della mia banda, e mi dissero che avevano avuto la spia che venivano 250 soldati da Solopaca. Io mi accampò al di fuori del paese presso le sentinelle, rimasto d'accordo, che quando venivano i soldati, di far suonare le campane all'arma, e così sarebbero accorsi tutti quelli della città e quelli della campagna. All'alba della mattina io feci battere la sveglia dalle mie trombe, perché subito scoprii quattro colonne di soldati, e subito capii che era la vendetta che facevano de' quarantasei soldati, e io, per fare pentire gli uccisori del macello fatto a quei poveri infelici, feci sparare qualche colpo (38), ma poi feci battere ritirata. I soldati entrarono e cominciarono a bruciare le case, ed io non volli più saperne di quel paese. Poi dopo seppi che si facevano molti arresti di giorno e di notte, e li portavano a Cerreto Sannita, e che subito erano fucilati, e così pagavano la loro pena. Il suo subordinato detenuto Cosimo Giordano" 
Gli abitanti sono sorpresi nel sonno; De Marco in tutta fretta dispone dei soldati dinanzi alle case dei liberali Giovanni Perugini e Iadonisio per impedire che sia fatta violenza alle loro persone, a quelle dei familiari e alle cose. I soldati saccheggiano e danno fuoco alle abitazioni; soltanto tre vengono risparmiate dall'incendio per ordine superiore: tre in un paese di 5.000 abitanti! Al vecchio Rinaldi ammazzano dinanzi agli occhi due figli: l'uno avvocato, l'altro negoziante. L'uno cade crivellato di colpi e muore subito, l'altro agonizza con nove pallottole nel corpo; un soldato lo finisce con un colpo di baionetta. Uccidono Concetta Biondi, bella fanciulla; fucilano il sessantenne Nicola Biondi; strappano dalle braccia del padre Giuseppe Santopietro il piccolo figlio: uccidono padre e figlio. Strappano gli orecchini d'oro con tale violenza alle donne, da squarciare loro i lobi delle orecchie; violentano le spose, uccidono i mariti che vi si oppongono. Non si fanno scrupolo di saccheggiare le chiese; gettano per aria le ostie consacrate, rubano le pissidi, i voti d'argento e finanche la corona che ha in testa la statua della Madonna. Due soldati si rendono conto di aver fatto opera sacrilega e fuggono pensando che la chiesa crolli loro addosso. Dopo due settimane uno dei soldati torna; fa penitenza e confessa ai paesani che il compagno è morto; la collera divina lo ha raggiunto. Pontelandolfo è messa a sacco e fuoco per due ore. Il colonnello Negri, carico di bottino, non osa fare lo stesso percorso dell'andata per paura di incontrare i reazionari; riprende la strada per Fragneto Monforte e di qui arriva a Benevento. I Pontelandolfesi si danno a spegnere gli incendi, ma per le case degli assenti non c'è nulla da fare; ardono di dentro e fuori (39). Sulle rovine si erge l'antica torre medioevale; in essa era stato tenuto rinchiuso il soldato fatto prigioniero l'11 agosto; i commilitoni lo liberano e sollecitati dal Colonnello Negri che ha premura di rientrare presto a Benevento, risparmiano la Rocca (40). Alla stessa ora che a Pontelandolfo arriva a Casalduni un battaglione di bersaglieri; lo comanda l'ufficiale Carlo Melegari. Manca il colonnello Giuseppe De Marco (impegnato nella distruzione di Pontelandolfo); lo sostituisce Achille Iacobelli con 40 Guardie Nazionali raccolte in S. Lupo. Melegari circonda Casalduni, ordina il fuoco di fila, quindi fa entrare di corsa le quattro compagnie - baionetta in canna - per diversi punti; sempre a passo di carica devono incontrarsi in piazza, vicino alla chiesa. Un silenzio di tomba accoglie i bersaglieri, rotto appena da alcuni radi colpi di fucile provenienti dai campanili e dai terrazzi. Gli abitanti ci sono tutti sulla collina di fronte a guardare impotenti la distruzione del paese. Non possono muoversi; Melegari sembra animato dal proposito di far fuoco addosso al primo accenno di resistenza. Del resto deve eseguire gli ordini e specialmente quelli del Generale Cialdini non si discutono, si eseguono. Solo due giorni prima Melegari se ne stava a guardia del Palazzo Reale a Napoli e profittando della calma generale, se n'era andato a dare uno sguardo al teatro di S. Carlo, con orecchio intento alla buona orchestra ed occhi alle belle signore, quando il generale Cialdini lo aveva fatto chiamare tramite il Generale Piola-Caselli affidandogli un preciso messaggio "Che di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra". Melegari aveva fatto la campagna di Crimea e quella del 1859 sotto il generale Cialdini ed aveva rassicurato il generale Piola-Caselli "so per prova come egli sia uso a comandare e ad essere ubbidito"(poche parole e dette sbrigativamente, per tornare presto in teatro con orecchio intento alla buona orchestra ed occhi alle belle signore). Non sarà forse così per gli ufficiali delle SS., sensibili alla musica di Wagner e al fascino femminile? Gli ordini si eseguono, non si discutono; è la guerra; così si fa la carriera. A Casalduni sono rimasti in pochi: vecchi, donne, bambini. Terrorizzati vedono venire innanzi tra tutti Tommaso Lucente da Sepino adottato da un Mazzarella ricco; egli indica le case da ardere, prima di tutte quella del sindaco Orsini. Quando i soldati buttano dai balconi le cinghie bianche macchiate di sangue dei soldati piemontesi massacrati, il furore si impossessa del Melegari (e non del tutto a torto). Qualunque violenza gli pare cosa da poco. Che fanno i soldati? Uccidono Lorenzo d'Urso incautamente affacciatosi all'uscio di casa per salutare? Danno il cadavere e la casa alle fiamme? Fanno bene. Il vecchio arciprete fugge in camicia? Inseguito è freddato a colpi di fucile. Fanno bene. Un malato fa per alzarsi dal letto alla vista dei soldati penetrati in camera da letto. Di che è colpevole? Lo uccidono. Fanno bene, sempre bene (41). Tuttavia melenso e magnanimo, gli si avvicina Achille Iacobelli. Gli sussurra "Non tutti sono colpevoli". Ed ecco farsi innanzi al Melegari un vecchio di 80 anni, dignitoso e fiero nell'aspetto. "Maggiore comandante, io ho cercato di distogliere il sindaco e i cittadini dai propositi reazionari, ma mi hanno trattato da vecchio rimbambito rispondendomi che Francesco II sarebbe presto ritornato alla conquista del Regno. Non ho paura per me, sono ad un piede dalla fossa; risparmiate le mie due sorelle". Melegari, commosso acconsente. "Ditemi tuttavia dei 45 poveri soldati sopraffatti a tradimento e trucidati barbaramente". Il vecchio racconta, senza nulla tacere. "I soldati opposero bensì una disperata difesa, ma sopraffatti, sfiniti, caddero in mano d'una turba selvaggia e sanguinaria che, non sazia di trucidarli, commetteva su di loro, fra i più atroci tormenti, le più oscene sevizie. I due ufficiali, legati nudi agli alberi, costretti prima ad assistere all'eccidio dei loro soldati, venivano poi torturati in tutti i modi: le donne, furibonde, conficcavano loro ferri negli occhi, e tutte le membra del corpo erano barbaramente flagellate e mozzate. Ad un sergente solo fu risparmiata la vita dai briganti, imponendogli il giuramento che egli avrebbe combattuto con loro per la santa causa, e quest'infelice deve ora trovarsi chiuso nella torre di Pontelandolfo". Melegari, oppresso dall'emozione, tace. Dopo tre ore, prende la via di S. Lupo. I cittadini spengono i fuochi; mentre Melegari va a pranzo a S. Lupo invitato da Achille Iacobelli, i suoi bersaglieri sui carri vanno a vendere nei paesi vicini le cose rubate, finanche gli arredi sacri tolti alle chiese. I proprietari terrieri della provincia, sempre pronti a tradire, ce l'avevano per vizio gli inviti a pranzo, molto simiglianti ad una ultima cena. ….. Del comandante la Guardia Nazionale Achille Iacobelli di S. Lupo, non se ne fidi troppo - gli aveva detto il Generale Piola-Caselli (42). Melegari se ne ricorda; leva il calice per un brindisi invitando un caporale a bere alla salute del Cavaliere. …. E' la guerra... E' anche la vita, con le sue tradizioni. Viene la festa di S. Rocco che si celebra con una tipica fiera. I reazionari tornano a Casalduni per S. Rocco e per la fiera; i militari di stanza a S. Lupo per ora non intervengono. Ma la giustizia riprende il suo corso. I briganti deferiti al potere militare, innocenti o non, sono quasi tutti fucilati o torturati; quelli che sono rimessi alla magistratura ordinaria devono affrontare una lunga istruttoria nel corso della quale i 500 rubricati si riducono a 118: 28 di Pontelandolfo, 53 di Casalduni, 34 di Ponte, 2 di Morcone, 1 di Campolattaro; sono rinviati a giudizio alla Corte d'Assise di Benevento nel 1862 (43). Mentre molti vanno alla fucilazione o in galera, dei capi del movimento reazionario in Pontelandolfo, l'arciprete don Epifanio De Gregorio è latitante, il giudice regio destituito dall'incarico, Achille Iacobelli sempre sulla cresta dell'onda. Il taglia-taglia contro di lui non accenna a diminuire, anzi Vincenzo Tommasi di S. Lupo prende il coraggio a due mani e in un esposto al Governatore, chiede provvedimenti. Risultato: "Iacobelli non è un cittadino di indole e di fatti egregio, il suo liberalismo è alquanto equivoco e voltabile, al di sopra della Patria, egli colloca l'interesse proprio e soprattutto quello della vanità" (44). I vari Capitani del Circondano ricevono l'ordine di svincolarsi dalla gerarchica obbedienza al Cavaliere Iacobelli. Dopo i fatti di Pontelandolfo e Casalduni (45), riceve il comando di tutte le Guardie Nazionali stabili, non quelle mobili. Questa circostanza gli consente la promozione a Colonnello ! 
 
 
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NOTE 
35. Questo elenco è l'unico trasmesso dal maggiore comandante Zettini al sottoprefetto di Cerreto: Elenco degli individui passati per le armi per ordine del maggiore Zettini: 1) Angelo Santangelo da Mercogliano, in Cerreto 16 settembre 1861; 2) Domenico Giordano da Cerreto, in Cerreto, 21 settembre 1861; 3) Pasquale Giordano da Cerreto, in Cerreto, 21 settembre 1861; 4) Lorenzo Sasso da Casalduni, in Cerreto 22 settembre 1861; 5) Zaccaria Sasso da Casalduni, in Cerreto 22 settembre 1861; 6) Libero Rinaldi da Casalduni, in Cerreto 22 settembre 1861; 7) Gabriele Forgione da Solopaca, in Cerreto 22 settembre 1861; 8) Filippo Matteo da Faicchio, in Cerreto 21 settembre 1861; 9) Giovanni Barbieri da Pontelandolfo, in Cerreto 24 settembre 1861; 10) Antonio Rinaldi da Pontelandolfo, in Cerreto 24 settembre 1861; 11) Donato Luciani da Pontelandolfo, in Cerreto 24 settembre 1861; 12) Gennaro Di Rubbo da Pontelandolfo, in Cerreto 25 settembre 1861; 13) Domenico Fusco da Pontelandolfo, in Cerreto 24 settembre 1861; 14) Alfonso Leone da Casalduni, in Cerreto 26 settembre 1861; 15) Nicola Romano da Casalduni, in Cerreto 26 settembre 1861; 16) Errico Giordano da Cerreto, in Cerreto 26 settembre 1861; 17) Vincenzo Longo da Pontelandolfo, in Cerreto 28 settembre 1861; 18) Angelo Sforza da Pontelandolfo, in Cerreto 28 settembre 1861; 19) Michelangelo Longo da Pontelandolfo, in Cerreto 28 settembre 1861; 20) Gregorio Perugini da Pontelandolfo, in Cerreto 28 settembre 1861; 21) Saverio Barbieri da Pontelandolfo, in Cerreto 28 settembre 1861; 22) Domenico Guerrero Mommo da Pontelandolfo, in Cerreto 28 settembre 1861; 23) Nicola Sforza da Pontelandolfo, in Cerreto 28 settembre 1861; 24) Filippo Lorenzo da S. Giuliano, in Cerreto 13 ottobre 1861; 25) Gennaro De Michele da Casalduni, in Casalduni 16 ottobre 1861; 26) Angelo Frangiosa da Casalduni, in Casalduni 16 ottobre 1861; 27) Nicola Mungiolo da Cautano, in Casalduni 16 ottobre 1861; 28) Sigismondo Cifaldi da Campolattaro, in Pontelandolfo 17 ottob. 1861; 29) Angelo Cifaldi da Campolattaro, in Pontelandolfo 17 ottob. 1861; 30) Simone Nardone da Campolattaro, in Pontelandolfo 17 ottob. 1861; 31) In Cusano il 13 settembre 1861 furono esentati 4 individui per ordine del maggiore Selva, cioè De Paolo alias Cardicchio di Cerreto e 3 di Pietraroia di cui si ignorano i nomi. TOMMASELLI - DI CROSTA FRANCESCO di Cerreto -MICHELE TOMMASO di Gioia 
36. Esposizione degli ultimi fatti del brigantaggio in Pontelandolfo e Casalduni. Samnium 1951 n. 3, pagg. 102-105. 
37. La lettera di Cosimo Giordano è riportata da Aldo De Iaco - Il brigantaggio Meridionale - Cronaca medita dell'Unità d'Italia, Roma, Editori Riuniti, 1969, pagg. 174-175. 
38. Scrive il De Sivo nella Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861, Trieste, 1868, pagg. 449-450 che "sul far dell'alba del 14 agosto 1861, la banda Giordano ridotta a 50 uomini, appiattata in un boschetto, alla prima scarica uccide 25 soldati; poi scorto il numero grande s'allontanò. Il Negri aveva l'obbligo di inseguire quei briganti ma preferì prendersela con il paese innocuo e portare a termine più facile impresa. Dopo il saccheggio e l'incendio, fece bruciare i 25 cadaveri dinanzi alla cappella di S. Rocco per nascondere le sue perdite". Va osservato che Antonio Pistacchio nel suo manoscritto elaborato e trascritto da Vincenzo Mazzacane per la Rivista Storica del Sannio n. 3 del 1923, non fa minimo accenno all'episodio. Pistacchio si trova a Napoli, deciso a scongiurare la distruzione di Pontelandolfo e Casalduni. Pare strano che al ritorno, nessuno lo abbia informato dell'accaduto o il colonnello Negri abbia usato tanta circospezione per non far restare traccia degli uomini uccisi in combattimento, o che addirittura il Pistacchio si sia dimenticato di raccontare i fatti. Pertanto si avanzano riserve sulla narrazione del De Sivo relativa alla morte dei 25 soldati. 
39. De Sivo, op. cit. 
40. Giornale Officiale di Napoli n. 194 del 16-8-1861. 
41. Carlo Melegari: Cenni sul brigantaggio, ricordi di un antico bersagliere, Torino, Roux, Frassati, 1897. 
42. De Iaco, op. cit., pagg. 162-163. 
43. Pretura di Pontelandolfo - Registro dei Crimini istituito dal giudice Francesco Mazara il 27 novembre 1861. 
44. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento - Brigantaggio '61 - Carte della Provincia - Lettera del Governatore Gallarini all'intendente Carletti di Cerreto in data 20 settembre 1861 - Rapporto dell'intendente di Cerreto al Governatore di Benevento in data 27 settembre 1861. 
45. L'ultima recente pubblicazione sui fatti di Pontelandolfo e CasaIduni, è costituita dall'articolo di Rocco Boccaccino: Pontelandolfo Memorie dei giorni roventi dell'agosto 1861 - in Samnium 1973, n. 1-2, pagg. 57-78. In particolare V. ibidem Una irruenta requisitoria dell'on. Giuseppe Ferrari nella seduta parlamentare del 2 dicembre 1861, pagg. 71-78. 
200309